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mercoledì 4 febbraio 2026

 

‘’Il principio dell’ultima luce ’’ (Genesi, 2025) di Chiara Mutti, nota di lettura di Tiziana Marini 



 

Nel nuovo libro di Chiara Mutti ‘’Il principio dell’ultima luce’’ (Genesi, 2025) c’è un tempo che parte da lontano e che ogni volta  si traduce in presente: è il tempo di una foglia che cade, una foglia ‘’...che solo un secolo prima/era già pronta a morire’’,  pronta a cadere  fin dalla notte dei tempi, perché ‘’ognuno trattiene quel che ha imparato milioni di anni fa…’’, è  il tempo del fiume che nel suo scorrere porta via ogni cosa, ma che nell’attimo del rispecchiamento, si dilata e   diventa eterno, sicché siamo schegge di tempo e luce, eterne anche noi ‘’Essere ansa/essere letto del fiume/…Essere luce/questo istante di noi. Eterno’’. Così le parole ‘’principio’’ e ‘’ultima’’ del titolo non delimitano più e soltanto un contrasto ossimorico o  un arco temporale, ma sembrano coincidere e sovrapporsi quasi fossero scintille  di un big bang ancora in atto in cui il  ‘’principio’’ diventa un vero e proprio fondamento di vita, la nostra origine,  e l’attimo finale nuovo inizio come in un tramonto che è solo mancanza temporanea  di luce,  ’un omicidio di luce’’   per usare le  parole di Chiara‘’, e ‘’…Dovremmo addormentarci in un presagio d’alba…’’, sempre in attesa del nuovo giorno.

Un tempo dunque che non si compie mai del tutto perché sempre presente, o tutt’al più, continuo ritorno, come in una visione ciclica. Scrive infatti Chiara ‘’…E’ un tempo nuovo/e noi muoriamo./ Ogni volta è un primo istante/ed è sempre lo stesso antico giorno’’,  un tempo, ora scheggia, ora eternità,  in cui attraverso il ricordo di paesaggi sfumati e  solcati da treni in fuga verso il nulla, si compie il destino e  passato e presente, in fondo coesistono.

Ma la scrittura di Chiara, come ben sottolinea Franca Alaimo,  prefatrice del libro,  ‘’…si slancia ed si espande ai bordi delle cose. S’introduce negli interstizi, nei vuoti e li adorna di senso e suoni…’’, andando oltre e identifica  l’origine di cui siamo figli, per somiglianza, essenzialmente con la parola poetica. Esplicativa  in questo senso è la poesia ‘’Di te ho pochi ricordi’’, un testo autobiografico che illumina tutta la silloge di profonda consapevolezza. Ecco il testo nella sua interezza perché è davvero luminoso ed emblematico: ‘’Di te ho pochi ricordi/che padre e madre di me/andavo crescendo/e una mitologia/di verbi, avverbi e di aggettivi/che prendevano forma/ora di eroi ora di dei/ora di animali fantastici./ E pur compiendo il crimine/di non amarmi, avevo dato fuoco/alle polveri/e spalancato  gl’ inferi al canto/. Ecco di questo/e d’altro e dell’aquila/e del suo torturarmi lo stomaco/mi ricordai/e della somiglianza/tra la parola e l’origine’’. Tutto è in questi versi: all’inizio fu il verbo, la parola,  in un senso quasi biblico di creazione,   il tempo in cui le parole sgorgarono in forma di poesia da un’origine dolorosa.

E tra tutte le parole,  ‘’madre’’ è di certo la più dura da pronunciare poiché nella sua grafia e nella sua fonetica, tra le consonanti dentali e vibranti e le poche vocali, racchiude mancanze e stridori, specchio di solitudini non solo linguistiche, in  un complesso universo semantico e affettivo. Scrive Chiara: ‘’E’ una parola dura la parola madre/che cede nel silenzio le vocali/una ad una/e non ne resta che un suono indefinito/un disturbo fonetico/tra la di e la erre’’. Eppure questa parola tanto difficile da pronunciare,  si identifica poi con la parola amore nella poesia ‘’Qui ci sono giorni’’, dove nella monotonia  di giorni che ‘’lasciano stanchi e storditi’’, si intravede la bellezza non solo di un filo d’erba ma anche di vite non vissute e soprattutto di dolci sentimenti tra i quali spiccano quelli legati all’amore materno, gli attimi felici in cui si è compiuto il desiderio di sentirsi figlia che, amata, ama ‘’…Là in fondo, molto in fondo, ci sono tutte le vite/che non ho vissute/e la bellezza accecante che nasce da un filo d’erba/e tutte le volte che ho potuto dare il tuo nome all’amore’’.

Dunque il vero tempo è  un tempo  presente, per Chiara ancor più ristretto, è quell’essere ‘’sempre sul punto di spegnersi’’ o, perché no, possiamo aggiungere, di accendersi, aprirsi al futuro in un’attesa, perché ‘’Qualcosa dovrà ancora succedere/farsi fiore/forse…’’ e, sempre in questa prospettiva, l’esistenza di un disegno non intuibile, un destino che spiega forse il senso di tutto: ‘’C’è un fine più alto per ognuno di noi/, così dice… seguiamo i punti blu e le righe rosse/ che non ci è dato vedere’’.

C’è un verso di Antonia Pozzi,  poetessa già citata in una nota di lettura per il precedente ''Archeologie del cielo'', estrapolato   dalla poesia Largo datata 1931, che risuona con forza  nella mente: ‘’…gli occhi due coppe alzate/verso l’ultima luce’’, un verso che esprime il desiderio di assorbire l’ultimo chiarore prima dell’oscurità e che cattura lo sguardo dell’anima  in cerca di luce e di bellezza nel bisogno d’infinto, sentimenti che troviamo intatti da sempre   nella scrittura appassionata di Chiara. Luce suprema, bellezza estrema come in una preghiera laica, essenzialmente colte nella malinconia e nella fragilità e che bene si inseriscono nelle ragioni e nell’ispirazione d’insieme di questa silloge, concreta nel suo costante scavo di dissotterramento delle radici, ‘’spugna e specchio’’ sempre in evoluzione  come già sottolineato a proposito delle ''archeologie'' precedenti, dove però c'era un cielo ancestrale e stratificato a dare vita a una scrittura ugualmente ‘’solida e dolorosa’’.

In sintesi e conclusione ‘’Il principio dell’ultima luce’’ è  fotografia potente  del profondamente vissuto ma anche epifania  improvvisa, rivelazione e luce superiore che conduce all’essenza delle cose, un’intuizione che supera il visibile e l’apparente, dettati dalla soggettività, e che si concretizza in  una dimensione visionaria,   mentre al contempo   si apre a un tu e a un noi fattuali e necessari, ‘’…Potremmo essere morti già mille volte senza alcuna luce/se non ci fossimo saputi specchiare almeno una volta/negli occhi dell’altro’’ che esprimono il senso e il valore collettivo dell’esistenza, la cui ultima luce è il principio,  inteso non solo come inizio ma anche  come assioma  che ci soccorre, laddove non comprendiamo la trama di cui facciamo parte, e che  ci invita a vivere l’ultima luce non come preludio del  buio, ma come momento clou di un percorso interiore di conoscenza, accettazione, bellezza e soprattutto amore, tema ricorrente del libro, ‘’…Amate come fosse il vostro ultimo giorno/su questa terra/indecorosamente/. Amate tanto/e soprattutto senza motivo.’’, percorso che faccia, infine,   dell’ultima luce, la prima.


 

 

Chiara Mutti è nata a Roma  e vive a Tivoli. Funzionario per le Tecnologie presso il Ministero della Cultura, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per sillogi e poesie singole. Ha pubblicato le raccolte poetiche La fanciulla muta, Scatola nera (tradotto in rumeno), Archeologie del cielo e Murmures con traduzioni in francese di alcune poesie scelte. Ricordiamo inoltre  il libro d’artista Costellazioni, il libro di racconti brevi  Amen e le sue esposizioni come fotografa al Lavatoio Contumaciale e al FotoFilmFestival di Bracciano.