‘’Il principio dell’ultima luce ’’ (Genesi, 2025) di Chiara
Mutti, nota di lettura di Tiziana Marini
Nel nuovo libro di Chiara Mutti ‘’Il
principio dell’ultima luce’’ (Genesi, 2025) c’è un tempo che parte da lontano e
che ogni volta si traduce in presente: è
il tempo di una foglia che cade, una foglia ‘’...che solo un secolo prima/era già pronta a morire’’, pronta a
cadere fin dalla notte dei tempi, perché
‘’ognuno trattiene quel che ha imparato
milioni di anni fa…’’, è il tempo
del fiume che nel suo scorrere porta via ogni cosa, ma che nell’attimo del
rispecchiamento, si dilata e diventa eterno, sicché siamo schegge di tempo
e luce, eterne anche noi ‘’Essere
ansa/essere letto del fiume/…Essere luce/questo istante di noi. Eterno’’. Così
le parole ‘’principio’’ e ‘’ultima’’ del titolo non delimitano più e soltanto
un contrasto ossimorico o un arco
temporale, ma sembrano coincidere e sovrapporsi quasi fossero scintille di un big bang ancora in atto in cui il ‘’principio’’ diventa un vero e proprio
fondamento di vita, la nostra origine, e
l’attimo finale nuovo inizio come in un tramonto che è solo mancanza temporanea
di luce,
‘’un omicidio di luce’’ per usare
le parole di Chiara‘’, e ‘’…Dovremmo addormentarci in un presagio
d’alba…’’, sempre in attesa del nuovo giorno.
Un tempo dunque che non si compie mai
del tutto perché sempre presente, o tutt’al più, continuo ritorno, come in una visione ciclica.
Scrive infatti Chiara ‘’…E’ un tempo
nuovo/e noi muoriamo./ Ogni volta è un primo istante/ed è sempre lo stesso
antico giorno’’, un tempo, ora scheggia, ora eternità, in cui attraverso il ricordo di paesaggi sfumati
e solcati da treni in fuga verso il nulla, si compie il destino e passato e presente, in fondo coesistono.
Ma la scrittura di Chiara, come ben
sottolinea Franca Alaimo, prefatrice del
libro, ‘’…si slancia ed si espande ai bordi delle cose. S’introduce negli
interstizi, nei vuoti e li adorna di senso e suoni…’’, andando oltre e
identifica l’origine di cui siamo figli,
per somiglianza, essenzialmente con la parola poetica. Esplicativa in questo senso è la poesia ‘’Di te ho pochi ricordi’’, un testo
autobiografico che illumina tutta la silloge di profonda consapevolezza. Ecco
il testo nella sua interezza perché è davvero luminoso ed emblematico: ‘’Di te ho pochi ricordi/che padre e madre di
me/andavo crescendo/e una mitologia/di verbi, avverbi e di aggettivi/che
prendevano forma/ora di eroi ora di dei/ora di animali fantastici./ E pur
compiendo il crimine/di non amarmi, avevo dato fuoco/alle polveri/e spalancato gl’ inferi al canto/. Ecco di questo/e d’altro
e dell’aquila/e del suo torturarmi lo stomaco/mi ricordai/e della
somiglianza/tra la parola e l’origine’’. Tutto è in questi versi:
all’inizio fu il verbo, la parola, in un
senso quasi biblico di creazione, il tempo in cui le parole sgorgarono in forma
di poesia da un’origine dolorosa.
E tra tutte le parole, ‘’madre’’ è di certo la più dura da
pronunciare poiché nella sua grafia e nella sua fonetica, tra le consonanti
dentali e vibranti e le poche vocali, racchiude mancanze e stridori, specchio
di solitudini non solo linguistiche, in un complesso universo semantico e affettivo.
Scrive Chiara: ‘’E’ una parola dura la
parola madre/che cede nel silenzio le vocali/una ad una/e non ne resta che un
suono indefinito/un disturbo fonetico/tra la di e la erre’’. Eppure questa
parola tanto difficile da pronunciare,
si identifica poi con la parola amore nella poesia ‘’Qui ci sono giorni’’, dove nella monotonia di giorni che ‘’lasciano stanchi e storditi’’, si intravede la bellezza non solo di
un filo d’erba ma anche di vite non vissute e soprattutto di dolci sentimenti
tra i quali spiccano quelli legati all’amore materno, gli attimi felici in cui
si è compiuto il desiderio di sentirsi figlia che, amata, ama ‘’…Là in fondo, molto in fondo, ci sono tutte
le vite/che non ho vissute/e la bellezza accecante che nasce da un filo
d’erba/e tutte le volte che ho potuto dare il tuo nome all’amore’’.
Dunque il vero tempo è un tempo
presente, per Chiara ancor più ristretto, è quell’essere ‘’sempre sul punto di spegnersi’’ o,
perché no, possiamo aggiungere, di accendersi, aprirsi al futuro in un’attesa,
perché ‘’Qualcosa dovrà ancora succedere/farsi fiore/forse…’’ e, sempre
in questa prospettiva, l’esistenza di un disegno non intuibile, un destino che
spiega forse il senso di tutto: ‘’C’è un fine
più alto per ognuno di noi/, così dice… seguiamo i punti blu e le righe rosse/
che non ci è dato vedere’’.
C’è un verso di Antonia Pozzi, poetessa già citata in una nota di lettura per il precedente ''Archeologie del cielo'', estrapolato dalla poesia Largo datata 1931, che risuona con forza nella mente: ‘’…gli occhi due coppe alzate/verso l’ultima luce’’, un verso che
esprime il desiderio di assorbire l’ultimo chiarore prima dell’oscurità e che cattura
lo sguardo dell’anima in cerca di luce e
di bellezza nel bisogno d’infinto, sentimenti che troviamo intatti da sempre nella scrittura appassionata di Chiara. Luce
suprema, bellezza estrema come in una preghiera laica, essenzialmente colte nella
malinconia e nella fragilità e che bene si inseriscono nelle ragioni e
nell’ispirazione d’insieme di questa silloge, concreta nel suo costante scavo di
dissotterramento delle radici, ‘’spugna e specchio’’ sempre in evoluzione come già sottolineato a proposito delle ''archeologie'' precedenti, dove però c'era un
cielo ancestrale e stratificato a dare vita a una scrittura ugualmente ‘’solida
e dolorosa’’.
In sintesi e conclusione ‘’Il
principio dell’ultima luce’’ è fotografia
potente del profondamente vissuto ma
anche epifania improvvisa, rivelazione e
luce superiore che conduce all’essenza delle cose, un’intuizione che supera il
visibile e l’apparente, dettati dalla soggettività, e che si concretizza in una dimensione visionaria, mentre
al contempo si apre a un tu e a un noi fattuali e
necessari, ‘’…Potremmo essere morti già
mille volte senza alcuna luce/se non ci fossimo saputi specchiare almeno una
volta/negli occhi dell’altro’’ che esprimono il senso e il valore
collettivo dell’esistenza, la cui ultima luce è il principio, inteso non solo come inizio ma anche come assioma che ci soccorre, laddove non comprendiamo la
trama di cui facciamo parte, e che ci
invita a vivere l’ultima luce non come preludio del buio, ma come momento clou di un percorso
interiore di conoscenza, accettazione, bellezza e soprattutto amore, tema
ricorrente del libro, ‘’…Amate come fosse
il vostro ultimo giorno/su questa terra/indecorosamente/. Amate tanto/e
soprattutto senza motivo.’’, percorso che faccia, infine, dell’ultima luce, la prima.
Chiara Mutti è nata a Roma e vive a Tivoli. Funzionario per le
Tecnologie presso il Ministero della Cultura, ha ricevuto numerosi
riconoscimenti per sillogi e poesie singole. Ha pubblicato le raccolte poetiche
La fanciulla muta, Scatola nera (tradotto in rumeno), Archeologie del cielo e
Murmures con traduzioni in francese di alcune poesie scelte. Ricordiamo inoltre
il libro d’artista Costellazioni, il
libro di racconti brevi Amen e le sue esposizioni come fotografa al Lavatoio Contumaciale e al FotoFilmFestival di
Bracciano.


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