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martedì 9 giugno 2026


 

‘’Giorni d’attesa’’di Gabriella Maggio (Il glomerulodisale, 2026), nota di lettura di Tiziana Marini

 

La nuova silloge ‘’Giorni d’attesa’’ (Ilglomerulodisale, 2026) della poeta e scrittrice Gabriella  Maggio, raccoglie  haiku e liriche, riunite in due sezioni, dal titolo ‘’Haiku’’ e ‘’Giorni d’attesa’’, due parti distinte  eppure dialoganti fra loro in un afflato di continuità e nelle quali confluisce  tutta la  sensibilità e la delicatezza, ma anche la   forza e la  capacità evocativa, della  scrittura della poeta,    qui interprete  del presente, catturato dapprima  come istantanea, sguardo ed emozione  e, successivamente,  nella dimensione di  tempo concluso e superato proprio dal e nel concetto  di attesa. Questa raccolta, ottimamente introdotta dalla  vibrante e partecipe prefazione  della poeta e critica  Franca Alaimo,  è un insieme di testi folgoranti, riuniti nei sintetici versi degli haiku della prima sezione e nelle delicate, struggenti ed essenziali  liriche  della seconda.

 Gli  haiku  riguardano la  natura, l’esperienza umana e la spiritualità così  come vuole la tradizione,  danno voce allo sguardo emotivo e   al ricco e variegato universo interiore della poeta, pur mantenendo il carattere impersonale proprio di questo componimento. Con spontaneità colgono  l’attimo dell’osservazione del mondo e di sè stessi, o meglio di sé stessi nel mondo,  in una dimensione di meraviglia e stupore, fuggevole ed eterna al tempo stesso e invitano a ‘’sentire’’ quel momento, nella pienezza della propria   interiorità. Sono haiku che  richiamano l’atmosfera di un karesansui  che, arricchito da note e motivi della terra di Sicilia, racchiude l’immensità  e il fluire della vita in un universo nel quale  gli spazi vuoti corrispondono alle ‘’parole di taglio ’’, ossia le pause ritmiche o kireji tipiche dell’haiku, e l’ordine rigido  degli elementi architettonici, propri del giardino zen, alla struttura fissa che  caratterizza questo  componimento (5-7-5 sillabe o more), al fine di creare silenzio meditativo,  ascolto ed emozione. In questo giardino passano le stagioni, ‘’sere d’estate/splendono le favole/frinisce il grillo ’’,  si alternano le albe e i tramonti ‘’alba rosata/fioriscono visioni/pensieri muti’’,  nascono i fiori ‘’fiori di pesco/il vento soffia mite/luce nel cuore’’,  e  le nuvole/angeli corrono veloci ‘’Nuvole bianche/ volano nell’azzurro/angeli in fuga’’, portate dai venti ‘’libeccio soffia/sboccia la margherita/dolce carezza’’, in un paesaggio dolce e aspro, di zagare profumate e capperi resilienti, in cui  vi è già il  sentore dei temi propri delle liriche della seconda parte ‘’ancora guerra/matura melagrana/frutto di sangue’’, o, ancora, ‘’speranza e pace/come biglie di vetro/ rotolano giù’’. Gli haiku di Gabriella, da leggere ognuno, tradizionalmente, due volte, la prima con gli occhi e la seconda con il cuore,  sono dunque  haiku classici  per  la struttura dei versi,  per la presenza dell’elemento naturale, stagionale e atmosferico (kigo) ’Fruscio di foglie/luce calma d’ottobre/cielo sereno’’, per il ''taglio'', cesura ritmica ed emotiva,   ma sono anche haiku con incursioni nel ‘’personale’’ e nel  velato punto di vista della poeta, ‘’Raccolgo il tempo/oggi domani dopo/giorni di sabbia’’,    secondo il principio del  ’Non scrivere sulla natura ma esserne parte’’ come scrive Abigail Friedman in ‘’The haiku Apprentice: Memoirs of writing Poetry in Japan’’. Così la poeta, nell’hic et nunc proprio dell’haiku, resta in una sospensione che è contemplazione del ‘’fatto’’, dell'evento in sè, non da fuori, ma da dentro, cioè da un punto di osservazione privilegiato, quello del proprio sentire che capta, come in un flash fotografico,    il momento presente, in attesa che questo si dispieghi poi  nei temi delle liriche della seconda sezione.

Dunque, due sezioni fluidamente collegate in un'atmosfera d'attesa impalpabile. L'animo è ora pronto ad accogliere le liriche annunciate da  lampi visivi ed emotivi  che ne hanno incanalato, aumentandola, la potenza. Per esempio, il ‘’vento’’ appena accennato nell’haiku ‘’vento d’estate/germogliano le stelle/tranquille e pure’’,  si rafforza e crea  situazioni più complesse, plurivoche e libere  nei versi della  lirica eponima, Giorni d’attesa, in cui  ‘’…le foglie dei platani/non più verdi/attendono, quiete il distacco/al soffio dello scirocco’’ ed è il ''distacco'' a creare il senso profondo di una dolorosa lacerazione. La sospensione temporale diventa infine  consapevole attesa,  con un tempo stagionale  più marcatamente  metafisico  ed elemento esistenziale, ma anche ferrea e tenace riflessione sull’oggi, sul tema attuale della guerra e della pace, sulle care assenze/presenze e  sulla speranza, e i giorni dell’attesa  diventano, a loro volta,  il tempo del dubbio e dell’inquietudine ‘’…L’ora inquieta sgualcisce la pagina/brulicano le parole/giocattoli abbandonati/ma nessuno gioca’’, della malinconia e della solitudine,  nell’anelito primario dell’anima, ossia la pace  del cuore più volte evocata,  un sentire    che straripa nel mondo della contemporaneità e in cui credere per non perdere la speranza, scrive infatti Gabriella,  ’cerco sulla strada/le briciole di Pollicino/per sfuggire all’orco cattivo’’ perchè, nonostante tutto,  ’fa giorno oltre le nuvole’’.

 

In conclusione di  questa breve nota di lettura, ‘’Giorni d’attesa’’ è un libro in cui  ‘’l’io poetico’’ di Gabriella, concentrato sull’esperienza sensoriale, diventa, attraverso il ‘’non detto’’, un ‘’io filosofico’’, e la poesia a sua volta  riflessione profonda e percorso spirituale, nella consapevolezza che  i giorni dell’attesa del titolo  sono anche quelli della ‘’trasformazione’’, giorni in cui non siamo più quelli di ieri, né siamo ancora quelli di domani, ma consapevolmente aspettiamo, in un presente sospeso, ogni più piccolo cambiamento perchè, anche se ‘’nessuno ritorna/nessuno trova il filo/niente è rimasto uguale…’’,  alla fine restiamo, dobbiamo restare,  fedeli ad un’ idea salvifica di bene e bellezza,  mantra e fil rouge lucidissimi, forse scopi ultimi,  della nostra esistenza.


Da ''Giorni d'attesa''



Un soffio, nulla

dileguano veloci

onde marine



fogli di tempo

antiche biblioteche

ore d'amore



un lungo viaggio

per strade polverose

vuote promesse


Giorni di ritorno


Granello dopo granello

s'accumula la sabbia:

un crollo

il cerchio del tempo


giorni di ritorno

di sole limpido

ancòra

tendo le mani

all'ombra che ti nasconde

vivo.


Com'è buio l'inverno


Com'è buio l'inverno

in questi giorni bui


punge il desiderio di sole


e pensi a un altro buio


ti racconterò favole di luce

per farti coraggio


i rami grigi tesi al venti

si svegliano di un tenero verde

guarda...


resta fermo su quest'alba

dammi la mano

fa giorno oltre le nuvole.




 

 



Gabriella Maggio, poetessa e scrittrice, è nata e vive a Palermo dove vive. Insegnante di Italiano  e Latino, ha pubblicato le raccolte di poesia: Emozioni senza compiacimento (2019) e Echi (2022) entrambi con l’Editore  Il Convivio. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari e collabora con blog e riviste. Intenso è il suo lavoro di promozione culturale. Nel 2026 suoi testi sono stati tradotti in spagnolo e inseriti nella prestigiosa rivista La Revista Aurea.

 

 

 

mercoledì 4 febbraio 2026

 

‘’Il principio dell’ultima luce ’’ (Genesi, 2025) di Chiara Mutti, nota di lettura di Tiziana Marini 



 

Nel nuovo libro di Chiara Mutti ‘’Il principio dell’ultima luce’’ (Genesi, 2025) c’è un tempo che parte da lontano e che ogni volta  si traduce in presente: è il tempo di una foglia che cade, una foglia ‘’...che solo un secolo prima/era già pronta a morire’’,  pronta a cadere  fin dalla notte dei tempi, perché ‘’ognuno trattiene quel che ha imparato milioni di anni fa…’’, è  il tempo del fiume che nel suo scorrere porta via ogni cosa, ma che nell’attimo del rispecchiamento, si dilata e   diventa eterno, sicché siamo schegge di tempo e luce, eterne anche noi ‘’Essere ansa/essere letto del fiume/…Essere luce/questo istante di noi. Eterno’’. Così le parole ‘’principio’’ e ‘’ultima’’ del titolo non delimitano più e soltanto un contrasto ossimorico o  un arco temporale, ma sembrano coincidere e sovrapporsi quasi fossero scintille  di un big bang ancora in atto in cui il  ‘’principio’’ diventa un vero e proprio fondamento di vita, la nostra origine,  e l’attimo finale nuovo inizio come in un tramonto che è solo mancanza temporanea  di luce,  ’un omicidio di luce’’   per usare le  parole di Chiara‘’, e ‘’…Dovremmo addormentarci in un presagio d’alba…’’, sempre in attesa del nuovo giorno.

Un tempo dunque che non si compie mai del tutto perché sempre presente, o tutt’al più, continuo ritorno, come in una visione ciclica. Scrive infatti Chiara ‘’…E’ un tempo nuovo/e noi muoriamo./ Ogni volta è un primo istante/ed è sempre lo stesso antico giorno’’,  un tempo, ora scheggia, ora eternità,  in cui attraverso il ricordo di paesaggi sfumati e  solcati da treni in fuga verso il nulla, si compie il destino e  passato e presente, in fondo coesistono.

Ma la scrittura di Chiara, come ben sottolinea Franca Alaimo,  prefatrice del libro,  ‘’…si slancia ed si espande ai bordi delle cose. S’introduce negli interstizi, nei vuoti e li adorna di senso e suoni…’’, andando oltre e identifica  l’origine di cui siamo figli, per somiglianza, essenzialmente con la parola poetica. Esplicativa  in questo senso è la poesia ‘’Di te ho pochi ricordi’’, un testo autobiografico che illumina tutta la silloge di profonda consapevolezza. Ecco il testo nella sua interezza perché è davvero luminoso ed emblematico: ‘’Di te ho pochi ricordi/che padre e madre di me/andavo crescendo/e una mitologia/di verbi, avverbi e di aggettivi/che prendevano forma/ora di eroi ora di dei/ora di animali fantastici./ E pur compiendo il crimine/di non amarmi, avevo dato fuoco/alle polveri/e spalancato  gl’ inferi al canto/. Ecco di questo/e d’altro e dell’aquila/e del suo torturarmi lo stomaco/mi ricordai/e della somiglianza/tra la parola e l’origine’’. Tutto è in questi versi: all’inizio fu il verbo, la parola,  in un senso quasi biblico di creazione,   il tempo in cui le parole sgorgarono in forma di poesia da un’origine dolorosa.

E tra tutte le parole,  ‘’madre’’ è di certo la più dura da pronunciare poiché nella sua grafia e nella sua fonetica, tra le consonanti dentali e vibranti e le poche vocali, racchiude mancanze e stridori, specchio di solitudini non solo linguistiche, in  un complesso universo semantico e affettivo. Scrive Chiara: ‘’E’ una parola dura la parola madre/che cede nel silenzio le vocali/una ad una/e non ne resta che un suono indefinito/un disturbo fonetico/tra la di e la erre’’. Eppure questa parola tanto difficile da pronunciare,  si identifica poi con la parola amore nella poesia ‘’Qui ci sono giorni’’, dove nella monotonia  di giorni che ‘’lasciano stanchi e storditi’’, si intravede la bellezza non solo di un filo d’erba ma anche di vite non vissute e soprattutto di dolci sentimenti tra i quali spiccano quelli legati all’amore materno, gli attimi felici in cui si è compiuto il desiderio di sentirsi figlia che, amata, ama ‘’…Là in fondo, molto in fondo, ci sono tutte le vite/che non ho vissute/e la bellezza accecante che nasce da un filo d’erba/e tutte le volte che ho potuto dare il tuo nome all’amore’’.

Dunque il vero tempo è  un tempo  presente, per Chiara ancor più ristretto, è quell’essere ‘’sempre sul punto di spegnersi’’ o, perché no, possiamo aggiungere, di accendersi, aprirsi al futuro in un’attesa, perché ‘’Qualcosa dovrà ancora succedere/farsi fiore/forse…’’ e, sempre in questa prospettiva, l’esistenza di un disegno non intuibile, un destino che spiega forse il senso di tutto: ‘’C’è un fine più alto per ognuno di noi/, così dice… seguiamo i punti blu e le righe rosse/ che non ci è dato vedere’’.

C’è un verso di Antonia Pozzi,  poetessa già citata in una nota di lettura per il precedente ''Archeologie del cielo'', estrapolato   dalla poesia Largo datata 1931, che risuona con forza  nella mente: ‘’…gli occhi due coppe alzate/verso l’ultima luce’’, un verso che esprime il desiderio di assorbire l’ultimo chiarore prima dell’oscurità e che cattura lo sguardo dell’anima  in cerca di luce e di bellezza nel bisogno d’infinto, sentimenti che troviamo intatti da sempre   nella scrittura appassionata di Chiara. Luce suprema, bellezza estrema come in una preghiera laica, essenzialmente colte nella malinconia e nella fragilità e che bene si inseriscono nelle ragioni e nell’ispirazione d’insieme di questa silloge, concreta nel suo costante scavo di dissotterramento delle radici, ‘’spugna e specchio’’ sempre in evoluzione  come già sottolineato a proposito delle ''archeologie'' precedenti, dove però c'era un cielo ancestrale e stratificato a dare vita a una scrittura ugualmente ‘’solida e dolorosa’’.

In sintesi e conclusione ‘’Il principio dell’ultima luce’’ è  fotografia potente  del profondamente vissuto ma anche epifania  improvvisa, rivelazione e luce superiore che conduce all’essenza delle cose, un’intuizione che supera il visibile e l’apparente, dettati dalla soggettività, e che si concretizza in  una dimensione visionaria,   mentre al contempo   si apre a un tu e a un noi fattuali e necessari, ‘’…Potremmo essere morti già mille volte senza alcuna luce/se non ci fossimo saputi specchiare almeno una volta/negli occhi dell’altro’’ che esprimono il senso e il valore collettivo dell’esistenza, la cui ultima luce è il principio,  inteso non solo come inizio ma anche  come assioma  che ci soccorre, laddove non comprendiamo la trama di cui facciamo parte, e che  ci invita a vivere l’ultima luce non come preludio del  buio, ma come momento clou di un percorso interiore di conoscenza, accettazione, bellezza e soprattutto amore, tema ricorrente del libro, ‘’…Amate come fosse il vostro ultimo giorno/su questa terra/indecorosamente/. Amate tanto/e soprattutto senza motivo.’’, percorso che faccia, infine,   dell’ultima luce, la prima.


 

 

Chiara Mutti è nata a Roma  e vive a Tivoli. Funzionario per le Tecnologie presso il Ministero della Cultura, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per sillogi e poesie singole. Ha pubblicato le raccolte poetiche La fanciulla muta, Scatola nera (tradotto in rumeno), Archeologie del cielo e Murmures con traduzioni in francese di alcune poesie scelte. Ricordiamo inoltre  il libro d’artista Costellazioni, il libro di racconti brevi  Amen e le sue esposizioni come fotografa al Lavatoio Contumaciale e al FotoFilmFestival di Bracciano.